Jacopo Di Marco
Lunetta 11
La mostra di Sergio Ragalzi affronta il tema della cura ribaltando la prospettiva.
Invece che confortare, il suo lavoro turba, inquieta, interroga. Il nero domina su tutto senza lasciare spiragli alla vitalità del colore.
Nel lavoro dell’artista tutto ruota attorno all’uomo e alle sue paure, ai suoi drammi, alle sue tragedie e ai pericoli connaturati al suo stesso esistere, come individuo e come specie.
La prima azione per “curarsi” di qualcuno o di qualcosa è scegliere di guardare in quella direzione, di rivolgervi le proprie attenzioni.
E Ragalzi, con le sue opere, esorcismi di paure recondite, ci chiede proprio questo: non girarsi dall’altra parte, guardare qualcosa che non è, ma potrebbe essere, per quanto difficile sia.
Insomma, prenderci cura di noi prima che sia troppo tardi.
La geografia della cura attraversa confini tra corpi, città, istituzioni e paesaggi per raccontare come ci si prende cura di ciò che è fragile e di ciò che ci tiene vivi.
Il festival disegna una mappa di luoghi visibili e invisibili, dove ogni incontro è una tappa di questo viaggio: conferenze, spettacoli teatrali, cinema, concerti, passeggiate nella natura e mostre diventano stazioni dove fermarsi, ascoltare, nominare le ferite e immaginare nuove forme di custodia reciproca.